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Maloscantores – Un Gran Raap Sardo | Recensione

Rap sardo, slittamenti progressivi verso il pop. Proprio nel senso letterale di ‘popular music”. Musica cioè di respiro e consumo più ampio. Fuori dalle nicchie delle avanguardie, l’alveo storico da cui il nostro hip hop è da tempo uscito per diventare adulto. Uno dei migliori d’Italia, uno dei pochi a forte connotazione identitaria. Fin dai tempi mitici de «In sa ia» (1991) prima esplosione rap della crew a denominazione d’origine controllata Sa Razza, capofila di un movimento musicale che nell’isola è solido nelle radici e rigoglioso di frutti. Come è questo piccolo grande capolavoro di album, «Un grande Raap», targato Malos Cantores, figlio proprio di quello straordinario gruppo di mc de Sa Razza, da cui provengono i due protagonisti di questa avventura, Quilo e Micio P, fuoriusciti dalla nave madre per dare vita ad un avvincente album-manifesto che sposta ancora in avanti tutta la flotta dei rappers in limba, compagnia robusta e ben agguerrita costituita, oltre a Sa Razza, di ensemble e crew di grande ‘rispetto”: dai Balentia ai Menhir e Reverendo Jones solo per citarne alcuni. «Un grande Raap» è un po’ l’esempio giusto per conoscere da vicino l’hip hop nostrano: generoso, raffinato nelle citazioni ‘sporche”, tra old school e funky rabbioso, caldissima ascendenza latino americana, ma soprattutto unico e originale proprio nella sua trama compositiva: laddove nelle sue ventitrè tracce mostra una voglia irresistibile di essere un po’ lo specchio e il racconto di un’isola che con la musica ha un rapporto davvero speciale.
Ed ecco quindi i fili annodati – talvolta anche inconsapevolmente – con quello che musicalmente ha preceduto la nascita dell’hip hop targato quattro mori. E non si tratta solo del quasi scontato e privilegiato rapporto con la tradizione, bensi con una rilettura tutta ‘local” della musica leggera ed ‘easy listening” degli anni sessanta-settanta. Dal melodico al beat (che qui in Sardegna conobbe una delle stagioni più interessanti e prolifiche d’Italia, tutta da rileggere e rivalutare). Questo rapporto si intreccia cosi con l’altro, forte, della tradizione. Quasi un passaggio di testimone. E cosa sono poi, questi «cattivi cantori» se non i nostri moderni «cantadores»? Artisti che raccontano storie quotidiane, della nostra terra (ma non solo: dai miti falsi della tivù alla corruzione del potere) spesso con rabbia, talvolta con ironia, sempre e comunque con alto senso musicale. E c’è davvero orgoglio ma anche realistico senso di appartenenza alle radici in questo album che rende omaggio a Maria Carta e ai tenores di Bitti accogliendo laicamente le diverse presenze: da Caparezza in «Nella stessa casa» a Su Maistu dei Balentia nel bellissimo «Sa Cantada» (plus la bella voce di Rosy P.) a Leur y La Chola da Barcellona. Ma ancora Mentispesse… Un’opera corale, in un certo senso, ma che al cuore ha il segno forte di chi lancia forti messaggi di identità come questo contenuto nel brano «Cantu chi ti canta»: «Intende sonos, rimas antigas/ e sa cultura chi portu in custu mondu in custa vida/ cummente nu componitori chi no ha conottu tempu/ movvu sa limba in RAP/ cummente entu / rispettu sas tradiziones a tipu un sacramento / usando il mio microfono cummente unu strumento / scriendu versos notas chi incanta / come un canto suovea leggero de sa oghe de Maria Carta».

Walter Porcedda

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