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Blatha Fam – Blathacadabra | Recensione

Blathacadabra è il nuovo full lenght di un interessante rap trio che nasce dall’unione delle strade professionali di Riky, Rabi e DjSputo, rapper provenienti dall’underground isolano, arrivati alle stampe grazie a Latlantide Records, che continua nel suo sentiero verso il mondo B boy.

Il disco, che fondamentalmente rappresenta un debut, non parte certo con il piede giusto, visto che la cosa peggiore del disco (oltre alla cover art) è proprio il brano iniziale che, ragionando poi con cognizione di causa, nella sua realizzazione fuori linea sembra rappresentare un semplice errore di percorso; quindi… sarebbe d’uopo (almeno per una volta) bypassare l’aspetto estetico del packaging e la traccia d’overture, arrivando direttamente sulle note gracchianti di Fantabosco, in cui l’andamento grezzo e diretto sfiora in parte un blando rumorismo. Attraverso un uso di note scrollate e di un inusuale suono del sax, il brano abbandona la propria melodia per raggomitolarsi attorno al tracciato veloce e scomposto del cantato. Il testo dissacrante viaggia attorno al mondo delle favole, rivoltato e ridefinto attraverso il narrato explicit ed iper giovane, totalmente al servizio di una sonorità che richiama una sintomatologia anni 80. Il sapore vintage svanisce poi con la velocissima Lascia stare che, appoggiata su sensazioni da rap social alternative, si regge grazie ad un equilibrato heavy riff, accenno di prima linea per il featuring di Chiky Realeza, che regala un anima latina ad un brano ben confezionato.

Con Las Vegas Skit si arriva poi a giocare con l’habitat naturale in cui maturano i pensieri del combo, tra genuina e diretta comunicazione, atta a rubare tra i tavoli di un bar i rumori e le voci della vita d’ogni giorno, tra sviluppi amicali e flipper che, in una centrata consecutio, anticipa il velocissimo rap di Tilt, in cui il cervello va in confusione per poi recuperare fiato nella convincente Vorrei vivere in America. Da qui si ergono impliciti rimandi al Carosone d’annata, per un parallelismo volutamente populista tra il nostro (bel)paese e l’oltreoceano, ancora vissuto come meta favolistica per fuggire dai sobborghi periferici delle nostre città. Il ritmo ponderato e il minimal groove evolvono sul finire per lasciare spazio a Terranostra, in cui si percepisce la ferma volontà di fondere in un’armonia convincente lo stile modernista nel nuovo rap e la tradizione, piacevolmente richiamata alla memoria dall’armonica e dal flauto, per poi crescere con semplicità attorno al proto blues, che si deforma in una reminiscenza di taranta, sulla soglia delle Caparezza Roots.
Infatti, sono proprio le radici a raccontare il trio, anche attraverso un uso (ahimè sin troppo) ponderato del dialetto, che appare fugacemente in favore dei termini più usuali di Non le capirò mai , la cui interessante base capeggiante arriva a sacrificare il chichè drum’n’bass, perso nella necessità espositiva del chorus, anello debole della traccia.

Se poi con Paura la band ci trascina in un vortice di parole rapide, meno convincente appare l’edulcorazione di Strife Life che, con il suo funky dance in featuring con E.D.I of outlawz enois scroggins, concede troppo all’easy listening, a differenza del sapore vintage di Tutt’altro e della splendida titletrack , esasperazione ironica del mondo rap, gentile richiamo citazionistico dell’unicità legata allapaura del pianeta nero.

Insomma…questo Blathacadabra, pur non nascondendo episodi meno a fuoco, definisce il coraggio di andare oltre al semplice rimare. Un punto d’inizio da cui partire, per osare sinergie artistiche ancor più evolute, verso uno sforzo deviatorico necessario per alzare la testa dalla massa.

trovi qui l’intervista originale

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